Morano Calabro



Morano Calabro è un vissuto di strette ed impervie stradine, dove è facile perdersi in giardini di pietra.

Morano Calabro è un intreccio armonioso di case i cui muri maestri poggiano su rocce millenarie, un sali e scendi di scoscese scalinate si intersecano in vicoli stretti e tortuosi perdendosi in un dedalo di viscere dall’odore di pietra morta e muschio. 

In questo nido silenzioso ci sono i miei ricordi, i palloni che rotolavano negli orti, i maiali e le galline vicino alle porte delle case, gli asini e i muli che risalivano lisci selciati scavati dalle acque piovane, le donne con gli scialli, gli uomini con le cappe, l’odore del pane che aspettavo davanti al forno.

Quando accompagno i visitatori tra questi vicoli li aiuto per un po’ a dimenticarsi della loro vita e le parlo di queste strade, di questi muri, perché qui scorre un tempo che non è quello dei nostri giorni, qui cresce un grano tra i fili elettrici e le ragnatele e vicolo dopo vicolo senza inseguire niente e nessuno scivoli piano lungo un margine silenzioso. In questi luoghi è facile diventare carne e respiro, luce e storia, squarcio e tremore. Molte pietre da secoli accolgono pioggia e sole, neve e vento, sono queste case diventate ormai altari all’aperto.

Il mio paese è come un affresco da vedere, è una nicchia nascosta, una casa senza figli partiti per lavorare lontano. Il mio paese è un santuario, una processione con sempre meno gente, il mio paese è la mia paura, un mistero, è una sezione di partito chiusa che riapre solo durante la campagna elettorale. Il mio paese è una carta moschicida, un ring dimenticato, una valigia già pronta per partire, il mio paese è un vecchio deformato dall’artrosi, è un museo dell’aria, una canonica abbandonata. Il mio paese è un assegno in bianco, un pane appena sfornato, un gesso bagnato, una sposa lasciata, uno scapolo disoccupato. Il mio paese è un bambino che nasce, un cuore, una luce, un respiro, una storia. Il mio paese è una trave annerita, una ringhiera di ferro, una staccionata, il mio paese è timido e sfacciato, è una fuga che non è mai finita. Il mio paese è una molletta stretta a un filo, una caccia all’infinito, è una gomma liscia sulla neve. Il mio paese è un “mi piace” su facebook, è un “vendesi” ed “affittasi” di case, un fiume che scorre disorientato, è un farmaco, un lucchetto, un nido silenzioso, una fotografia appesa alla parete. Il mio paese è un angolo di portone che accoglie l’incarto della pizza e bottiglie di birra vuote abbandonate. Il mio paese è un ricordo lontano, un passante che non saluta. Il mio paese è una strada di cento metri con quattro bar e tre supermercati. Il mio paese è una mano e un piede dove il sangue arriva meno, è un testamento, è un fuoco acceso, un filo di fumo. Il mio paese è un bel paese, è un adesso che non c’è più, è una terra su cui scrivere con un chiodo di pane.