18 gennaio 2016

Prima che venga la neve

(prima parte)
I miei passi rimbombano all’interno di alcuni vicoli, l’odore del fumo dei pochi comignoli accesi me lo porto nei vestiti, nei capelli, nelle mani. Ma più di tutto, quest’odore, lo porto dentro l’anima. E’ un odore di morte, una morte che in silenzio e senza accorgercene si sta portando lentamente via il mio paese, uno dei borghi più belli d’Italia. A volte mi sembra di vagare già in mezzo alle macerie, poi mi accorgo che sono le macerie dell’indifferenza quelle che calpesto. 
In altri luoghi creano le colline artificiali per rendere il paesaggio visivamente più accogliente e per tornare a vivere immersi nella natura. Nel territorio di Morano si fa il contrario, abbiamo le colline naturali ma le sbanchiamo. Dopo l’emigrazione oggi ad essere in fuga è anche il paesaggio, quel paesaggio che un tempo era habitat e rifugio, sostegno economico ed anche esistenziale. 
Finestre e porte sembrano ormai occhi ciechi e voci spente. Il paese non si aspetta nessun visitatore. Sono io che ho il pallino di raccontare questo abbandono dell’antico, di cui sono disertore rimasto prigioniero di questi muri e pollai che adesso fanno da dispensa ai fustini del detersivo. 
Colgo segni sui muri, vicino alle porte. Date, cognomi, scritte. Mi sento piccolo, insignificante davanti al lento inesorabile scorrere del tempo. Oggi non sono propenso a prendere appunti. Mi piace restare affacciato e godermi queste case a cascata che paiono esserci sempre state su questo colle, non disturbano affatto il paesaggio, anzi, sono un tutt’uno con il cielo e le montagne. Penso a come sia stato modellato questo grumo urbanistico di case, ancora è possibile scorgere i segni delle abitazioni buttate giù per essere attraversate dalle strade, delle diverse case incorporate insieme ad altre. Scorci di moderno ed antico si scontrano in una commistione di linguaggi, di storie, usi sociali e sistemi abitativi antropometricamente diversi.
A volte mi chiedo se Morano sia maschio o femmina. Una femmina che va corteggiata, oppure un maschio che mi scaccia come se avessi invaso il suo territorio. Certo che Morano è ancora un paese di emigranti. Emigranti silenziosi, non hanno più la valigia di cartone ma continuano ad avere la faccia cupa nera di chi sa che partendo lascia qui affetti ed amori. Di loro non parla più nessuno, loro non si schiantano sulle scogliere, non partono con i gommoni. Questo paese piano piano si desertifica nell’identità ma noi abbiamo perso la memoria e questo basta a far stare tutti tranquilli come in un grande villaggio malato di amnesia.
Bisognerebbe tirare fuori la storia di questi vicoli, di questi gradini e muri sgangherati. Mentre cammino tra fili e lampioni messi nel modo più disparato mi imbatto in un insegna di chissà quanti anni a cui non avevo mai fatto caso “GENERI ALIMENTARI” e poi sotto a malapena si legge “DIVERSI”. Quest’insegna è l’unica cosa messa al posto giusto. 
A dispetto di altri paesi del territorio che ne hanno fatto una delle loro attrazioni turistiche tipiche, anche a Morano ci sono i comignoli, sopravvissuti alle ristrutturazioni selvagge degli anni ’70 e ’80 e successivamente alla diffusione dei più recenti impianti termici. I comignoli moranesi si trovano per lo più sui tetti delle case ormai non più abitate e per questo, forse, sono stati “risparmiati” dal più pratico ed economico alluminio.
Fori come occhi che ti scrutano, grandi prese d’aria per lottare meglio contro i venti contrastanti del Pollino che si avvinghiano su questa rupe. Ne restano pochi, mimetizzati con le pareti affastellate delle case, se riesci a scorgerli sono di una grande bellezza, veri e propri capolavori artistici opera dell’estro artistico dei maestri muratori di una volta. Sembrano fossili rimasti sui tetti, difficili trovarli sulle case ancora abitate, dove l’alluminio e prima ancora l’eternit hanno preso il sopravvento. Stanno tutti mischiati i vecchi con i giovani, quelli sporchi con quelli lucidi, una miscellanea di tubi e spire, bocche e tegole annerite. A ciò si aggiunge suggestione in quanto il loro aspetto, a volte abbastanza minaccioso, serve ad allontanare gli spiriti maligni.
Ho notato tante crepe in molte case, come ferite nel cuore delle pietre. Ci sta capitando una sciagura e non c’è ne stiamo accorgendo, troppo presi a scappare verso non si sa dove, stiamo diventando un vuoto che pulsa sulle propaggini di un colle, tutti hanno smesso di vigilare su ciò che accade. Morano purtroppo è un’altra foto, un paese che si svuota con chissà che cosa nel cuore di ognuno! E’ inutile comunque lamentarci. Il riscatto non può che venire da noi. Da noi chi? Siamo tutti frammentati e rancorosi, tutti professori e maestri della conoscenza e dello smercio. Mi gira la testa sono preso dallo sconforto. 
Questo mio vagare tra questi vicoli sta diventando come parlare davanti la lapide del morto. Cammino nel buio di vicoli percorsi dal vento come un respiro, mentre le antenne paraboliche sembrano orientate verso un silenzio planetario. Pochi volti e tante porte chiuse, ogni tanto qualcuna si apre all’improvviso in un buio vuoto che vorrebbe inghiottirti nell’odore di muffa e pietra morta, come in una fortezza bombardata dall’indifferenza e dal tempo. Un buco nero che dà la vertigine. 
Da quando è chiusa la Chiesa della Maddalena la piazza è una zattera alla deriva persa in mezzo ad un oceano di oblio e rancore. Le auto parcheggiate sembrano foglie accumulate dal vento ai margini dei muri. Mi chiedo dove sono finite le persone. Mi fermo a guardare le bacheche. Nulla di nuovo tutto già trascorso. Il più recente è il programma delle festività natalizie del Centro Anziani. Quella più colorata ha un manifesto datato 07 dicembre 2013, recita: “Mettersi insieme è un inizio”, “Rimanere insieme è un progresso”, “Lavorare insieme è un successo”, l’altra vicino annuncia un’assemblea pubblica sull’argomento “Libertà di espressione un diritto minacciato”. Quella di Rifondazione Comunista saluta Pietro Ingrao, poi c’è la bacheca del sindacato che riporta un articolo di giornale datato 31 luglio 2015 sugli operai del consorzio di bonifica che non ricevono lo stipendio, la bacheca n° 7 recita “al tuo Comune: gente seria, fatti concreti e poche tasse”. Forse sto cercando un altro paese. Dalle mie parti la medicina è peggio della malattia. 
Attraverso quello che un tempo era un giardino comunale. Avevo dimenticato che qui c’erano i bagni pubblici. Non so dove mi trovo veramente, come definire questo posto dimenticato e derubato pure dell’illuminazione. 
A volte non so se abbandonarmi all’evidenza o continuare ad impiegare il mio tempo al meglio. Entro in quella che dovrebbe essere la villa comunale, un biglietto da visita importante per una comunità. Noto che questo luogo si disfa giorno dopo giorno come se stesse sull’orlo di un vuoto corale. Mah! Forse il mio è solo masochismo, questo vagare con la testa altrove per luoghi ormai affranti. 
Questo è un paese sconnesso come le pietre della piazza. Morano a volte sembra che inciampi su se stesso.
(fine prima parte)

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