5 gennaio 2016

La seduzione della cima


Salgo lungo il pendio e mi sento in pace con la vita, il fisico a pezzi, ma la mente lucida, la fatica si combatte solo con la volontà, l’istinto mi guida con sicurezza.
Ad ogni passo avverto l’immensa gioia di scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa che aumenta sempre più dentro me.
Non sono solo, ci sono gli spiriti dell’aria, loro sanno cosa mi attenderà oltre… un soffio di vento, l’orlo, il cielo sconfinato, eccola la cima!
La vetta libera, come la carezza di un sogno e la fine di un tormento. Lo sforzo è titanico, una manciata di minuti che sembrano essere un’eternità. Domenico è distrutto nel fisico, ma non nell’anima: sarà una lezione che non scorderà più. 
Salire il Dolcedorme è sempre un’esperienza meravigliosa, unica. Si sale in compagnia del vento, della fatica e del silenzio infinito. E’ un’ascensione che richiede molta forza di volontà, è una salita che dà sempre qualche insegnamento. 
La giornata è cominciata nel migliore dei modi: cielo terso, aria cristallina, condizioni ottimali per lo scatto di qualche ottima foto. 
Il “patriarca” e i pini loricati della Serra del Pollinello sembrano grosse lance contorte conficcate nel terreno sassoso. Nel cielo di un azzurro profondissimo paiono vibrare possenti e più li guardo, più mi aggrediscono la mente come un’ipnosi benevola che non mi vuole lasciare. 
Il sole piano piano si alza nel cielo, il caldo si fa pressante lungo questo versante, tutto intorno è luce e noi semi da germogliare.
Al Passo del Malevento troviamo la prima neve crostosa. A tratti il piede affonda, poi d’improvviso la neve si fa dura ma abbastanza fragile per fare breccia col peso del corpo e proseguire sicuri. Domenico è stanco quando ci affacciamo dalla cresta della Timpa di Valle Piana, il sole è ormai alto nel cielo, intorno a noi il silenzio si è fatto ancora più profondo. Ci sediamo per riposarci un po’. Questo posto pare il regno dello spirito, il luogo dell’essenza. Questo è uno di quei momenti in cui sento forte il senso di tutto quello che faccio. La mia è una bella occupazione. Difficile certo, pregna di grandi responsabilità. È un’attività che mi riconduce al mio istinto, alle mie primordiali paure! 
È difficile riprendere la marcia da questo luogo. Quando scolliniamo il Dolcedorme sembra una scala verso il cielo, spolverata di neve e di ghiaccio.
Domenico vuole continuare, cerco di distoglierlo. Guardo l’orologio: arriveremo tardi sulla cima! Ci toccherà restare poco. Calcolo il tempo della discesa dalla parte più alta della montagna, sufficiente per scendere prima del calare del sole. Temo il ghiaccio!
Domenico è stremato, lo “trascino” psicologicamente incitandolo a non mollare, manca poco alla vetta. Il mio compagno tiene duro, impavido!
Sulla cresta sommitale appare la cima, passo dopo passo, gli ultimi metri e poi eccoci insieme sul punto oltre il quale non si può più salire. Per Domenico è un sogno lunghissimo che si concretizza, è sfinito ma contento.
A me pervade una grande gioia, la natura è madre accogliente, mi avvolge, mi abbraccia. Linee, forme e colori si intersecano, si incrociano. Lasciano tracce nel mio animo, nella mia vita. Firmiamo il libro di vetta e poi brindiamo!
A Domenico non do nemmeno il momento di finire il panino, dobbiamo scendere, il tempo a nostra disposizione sta per scadere! Temo di rimanere intrappolato dal ghiaccio, allo scoperto, troppo in alto e distante dal luogo di partenza. 
A scendere saremo ancora lenti, intuisco che Domenico sta per finire la “benzina”! Piano piano riguadagniamo la via del ritorno. Scendiamo questa volta verso il Canale del Malevento.
Il sole invernale, basso all’orizzonte, disegna i contorni delle montagne con nitidezza affilata. La neve avvolge ogni cosa in un morbido silenzio. Questa è davvero terra di nessuno, noi non siamo altro che ospiti di passaggio.
Mentre avanziamo, percorrendo il Piano di Pollino e affondando il passo nella neve nell’algido panorama, ci ritroviamo in uno scenario fuori del tempo. Immersi nell’immobile silenzio della montagna. Solo il frusciare della neve che calpestiamo si oppone alla pace totale. 
Sono stordito dall’emozione e dalla profonda quiete che avvolge la montagna nell’ora del tramonto. Mi guardo attorno e vedo un mondo apparentemente vuoto e spento, che respinge l’uomo e la vita. Ogni cosa, stranamente, appare come sospesa. La roccia, il ghiaccio, la neve, la stessa montagna, tutto è lì in equilibrio tra realtà e immaginazione. Questa è davvero terra di nessuno, noi non siamo che ospiti di passaggio.
Credo che l’inverno sia la stagione dove sicuramente la montagna è inesorabilmente crudele, dura, poiché ogni momento viene vissuto su un sincero rapporto tra la forza dell’uomo e le regole della natura.  
La discesa verso la Radura di Rummo la facciamo quasi tutta all’interno del bosco dove la neve è meno ghiacciata.
Dopo la Radura, percorse poche decine di metri, il manto diventa di un vetrato impercorribile. Cerco di farmi breccia ricavando dei solchi con la piccozza, ma è inutile, provoco solo scintille, il ghiaccio è troppo duro. Anche il bosco dal lato sinistro è ghiacciato, mentre a destra c’è il burrone! Siamo in trappola! Trenta metri ci separano dalla salvezza! 
Buio e timore si fanno sempre più densi, mentre Domenico comincia ad essere preda dell’oppio dello sfinimento. Le nostre voci si perdono ormai nell’oscurità. Intorno solo l’abbraccio dei monti.
Non ci resta che scivolare seduti sul ghiaccio, all’inizio è drammatico, poi diventa anche divertente. È questa a tutti gli effetti l’arte dell’avventura: la capacità di tornare sapendo trovare la via per arrivare alla meta evitando non i rischi ma le situazioni insuperabili.
Le luci delle lampade frontali si muovono inquiete nell’oscurità assoluta. Illuminano grosse lingue di ghiaccio che come ragnatele sul Piano di Vacquarro cercano di sbarrarci la strada prima dell’ultimo tratto nel bosco. Non c’è luna. Il freddo è pungente ma dentro di noi la fiamma è ardentemente accesa. Le stelle brillano come non le ho viste mai, in un cielo infinito. Quante stelle! Dio forse è davvero vicino!
Siamo completamente immersi nell’infinito e nello splendore di queste montagne. Il mio pensiero trova la sua più grande libertà.
Domenico dice che questa escursione rimarrà “agli atti”! Che Dio lo benedica.
Per me questo episodio andrà a far parte di molti altri che conserverò nello zaino ed all’occorrenza servirmene un giorno per continuare a non superare mai i propri limiti ed al tempo stesso conquistare sempre un gradino in più della propria esperienza.

4 commenti:

Nicola Pugliese ha detto...

Non esiste miglior libro,
se non dei commenti fatti col Cuore evidenziati da Stupende Immagini.
Nicola Pugliese

Lucio Busa ha detto...

Bellissimo racconto, mi hai fatto rivivere momenti che ho vissuto in prima persona circa un mese fa. Le difficoltà fisiche e "tempistiche" nel raggiungere in tempo la vetta, prima che sia troppo tardi per scendere e tornare in sicurezza. L'incoraggiamento a chi è alle prime esperienze...cosí come ho privato a fare anche io con i miei compagni di avventura. E poi, alla fine, il pericolo della neve ghiacciata, e le difficoltà a superare lunghi lastroni di ghiaccio...gli scivoloni si ripetono, ma alla fine, di notte con le torce, scarpe infracidite e la stanchezza, ce l abbiamo fatta. Un altra bellissima esperienza, complimenti! Un saluto

Roberto Angelo Motta ha detto...

Grazie Nicola della tua visita. Un caro abbraccio.

Roberto Angelo Motta ha detto...

Grazie Lucio della tua visita. Un caro abbraccio. Cieli sereni e buona montagna.

Posta un commento