4 settembre 2015

Naufrago di luce


C’è vento nel bosco, ad ogni passo pare che qualcuno con un grande ventaglio spazzi foglie secche davanti al mio cammino. Le foglie rotolano come scintille rosse e poi di colpo si fermano lungo i bordi del sentiero.
Mi immergo all’interno di questo mare verde, giusto il tempo di vedere il cielo di un azzurro velato mentre il vento increspa i rami alti dei faggi come un oceano in burrasca.
Questo tuffo all’interno del bosco ogni volta mi rappacifica con me stesso. I profumi, fatti di corteccia e fogliame, incitano i sensi a mescolarsi al sudore ed alla fatica accentuata dal respiro trafelato dall’erta salita.
Sul ripido della carrareccia, a tratti scivolosa, supero una coppia di giovani fermi che si cercano con le labbra, tiro dritto senza salutare per non sembrare indiscreto, ognuno vive la natura a suo modo. Dopo qualche minuto riemergo sul Piano di Toscano è sono già ubriaco di luce, di azzurro e di spazio assoluto. 
Mi siedo su un masso e mi guardo intorno, sono colpito dalla forza e dall’energia che si sprigionano intorno a me. Dopo dieci minuti sbucano gli innamorati, li sento parlare, spaesati si avventano contro il cartello della sentieristica, l’accento è nordico. Sono già distante quando li vedo consultare una cartina e bofonchiare qualcosa imprecando contro la segnaletica!
Salgo le collinette moreniche verso la Piana del Pollino con un’andatura da carovaniere, voglio godermi a pieno le faggete e i panorami, i pianori erbosi e il bestiame al pascolo. Voglio godermi a pieno questa atmosfera suggestiva che induce a ricercare la solitudine ed il vigore di questi spazi immensi.
La Piana del Pollino, scollinando dal Piano di Toscano, sembra un’insenatura navigabile, uno spazio da non percorrere a piedi, con la Serra di Crispo come un’isola in lontananza e la Serra delle Ciavole un promontorio che nasconde l’orizzonte. 
A poco a poco scandaglio questo spazio, mi rendo conto che gli alberi, le rocce, il vento ed ogni altro elemento conferiscono al paesaggio un’ancestrale bellezza. Sulla Serretta delle Porticella navigo su un’immensa onda di alti dirupi, solo il vento mi accompagna ed un tenue sole velato da nuvole sempre più minacciose.
Ridiscendo e poi risalgo lungo il versante meridionale della Serra di Crispo, come un naufrago su una zattera, il mio viaggio mi porta tra creste ed avvallamenti, costoni e pendici in continuo movimento. Oggi mi sentivo pronto per un’altra delle mie indimenticabili solitarie. Mi sentivo pronto per perdermi completamente in questo mare verticale, solo con i miei pensieri e con me stesso. 
Serra di Crispo è davvero bella! Con i suoi avvallamenti, le rocce e le chiazze di ginepro, i pini loricati ognuno diverso dall’altro, inafferrabili, come le storie evolutive dei loro secoli. Ogni sguardo è uno scorcio nuovo dove infilarmi e sbucare lontano dagli esseri umani, tra cieli immensi, silenzi e spazi infiniti. 
Serra di Crispo è un balcone che si affaccia su un cerchio magico di montagne dove il tempo pare si sia fermato.
Ridiscendo da ponente, in un attimo sono alla sorgente Pittacurc’. Il cielo si è ripulito dalle nubi, fa caldo. Finalmente ormeggio il mio corpo sul prato!
Le ore trascorse a fantasticare in questi spazi sulle stagioni della vita, andando fino in fondo alle cose, fanno perdere il senso del tempo, questo tempo troppo veloce per fermarlo! Forse le cose dovremmo farle pesare giusto quanto valgono, farle librare nell’aria oppure farle precipitare giù. 
Sono le sedici quando levo il mio ancoraggio da Pittacurc’, visito il sepolcro della Grande Porta e faccio rotta verso Serra delle Ciavole cavalcando l’onda della sua grande muraglia. La solitudine è immensa. Sono un naufrago di questi spazi immensi.
Percorro con rispetto questo sacrario di pini loricati. Le luci, i profumi, i suoni, la luna, i colori e l’atmosfera sono inesprimibili. I crinali, col vento che soffia e urla in mezzo ai dirupi, sembrano onde che si inseguono e si increspano in lontananza. Al vento il mio corpo diventa l’arpa della mia anima, navigo leggero. 
Le suggestioni ti vengono incontro, ti avvolgono, ti rubano le gambe, il fiato, la mente. La mia zattera va avanti, poi torna indietro. Non posso quantificare, rendere tangibili le mie emozioni, ma posso viverle e goderle per sempre. 
La luce ormai se ne sta andando ma io sono contento per aver potuto navigare col mio corpo queste pietre alla ricerca e alla scoperta della luce e dei colori. 
Il tramonto immerge il versante occidentale di Serra delle Ciavole di una magica, leggera luce dorata. Il vento è calato ed il silenzio improvvisamente si fa ancora più profondo. Vivo un caos di sensazioni, pare come se all’orizzonte cedessero delle frontiere ed io grazie al tramonto riemergessi alla luce. Una luce superba cui mi inchino di fronte al mistero. 
Il sole, calando, mi regala un altro attimo di serenità prima di scomparire nel profondo silenzio della notte.
Mentre scendo i suoni si perdono nell’oscurità. Intorno solo l’abbraccio dei monti ed i pini loricati che lacerano le ultime luci dell’orizzonte. La calura si è placata. Respiro gli odori del bosco mescolati al sudore della pelle e mi riconosco in questa porzione di cosmo che resiste alle ingiurie di quel progresso di cui io stesso faccio parte. 
Nel buio della boscaglia ho scoperto di possedere riserve di forza mentale che mai mi sarei sognato di avere. Gli ultimi uccelli si preparano al riposo chiamandosi al nido. La loro musica mi riempie le orecchie assieme al fruscio del fogliame. 
L’aria è umida, l’erba brilla alla luce della frontale, i ginepri diventano luminescenti. Il cielo sopra di me è una miriade di perle lucenti, esploro me stesso in un palpito interiore. Provo uno strano brivido di piacere selvaggio. Resto tranquillo guardandomi dentro, navigando leggero nel buio verso nuovi sentieri di luce.

Nessun commento:

Posta un commento