4 settembre 2014

La porta delle stelle


Mentre parto i miei figli mi salutano dal balcone con le braccia alzate, un ciao urlato, un altro ed un altro ancora fino a che sparisco dalla loro visuale. Con loro mi porto dentro anche lo sguardo smarrito di mia moglie, perplessa dal peso impossibile che porterò sulle spalle e da questa mia passione a cui lei non riesce a dare un motivo o forse sa del mio groviglio di sofferenza e bellezza, della fiamma intima che accompagna il mio andare per monti. Forse i suoi grandi occhi lucidi che mi scrutano dal balcone sanno che quando non sarà più possibile per me vivere gli attimi vivificanti, insieme alle mie amate montagne, mi spegnerò per sempre in un ultimo abbraccio insieme alla mia passione.
Ancora non so che lo sguardo di mia moglie e le manine dei miei figli, nell’aria come farfalle, mi accompagneranno per tutto il tempo di questo trekking, loro nemmeno sanno che li porterò con me, oltre la porta delle stelle.
Ci organizziamo con gli zaini, gli ultimi accorgimenti, i pesi ben distribuiti per non rischiare di perdere l’attrezzatura lungo il sentiero. Domenico non è mai stato in questi luoghi, nemmeno lui sa che stanotte varcherà la porta delle stelle. Procediamo con la Vita nel Cuore, lenti ma costanti, ci prendiamo tutto il tempo che ci serve perché la montagna è prima di tutto dimensione spirituale, viaggio intimo nell’esistenza.
Sento il peso dello zaino che scarica sul mio corpo e fluisce direttamente nelle suole, il terreno non sempre diventa amico ed accogliente. Gli altri escursionisti scendono dalla montagna, noi saliamo.
Ci fermiamo a riprendere fiato nella Radura di Rummo. Domenico è una bella persona, entriamo subito in sintonia e poi noto che ha seguito alla lettera i miei consigli su come organizzarsi. Domenico è un ottimo fotografo, lui e la macchina fotografica è come se si parlassero, si dicessero qualcosa, sempre pronti ad inseguire l’attimo da fissare.
Risaliamo le colline del Piano di Toscano, poi la Piana del Pollino mentre la Serretta della Porticella, nostro punto di “approdo”, appare in lontananza verdeggiante come resti di una grossa cresta di un rettile preistorico.
Mentre preparo la tenda un senso di incredibile calma e tranquillità interiore mi avvolge. Vorrei che durasse all’infinito perché ciò che provo sono emozioni che sconfinano nel sogno.
Domenico non sa dove volgere l’obbiettivo, tanta è la meraviglia e l’emozione nel trovarsi in questo luogo, tanta è la mescolanza di forme, colori, paesaggi e scorci sempre nuovi.
Un pasto frugale accompagnato da un aspro bicchiere di vino quanto basta per scandagliare il mistero che regge l’essere, poi la sera cala velocemente stupendoci per i colori del tramonto che lasciano senza fiato. La luce radente e calda illumina aloni suggestivi all’orizzonte, le ombre cesellano linee finissime, intense.
Siamo immersi in un silenzio primordiale e primordiale è il profumo di questa notte. Notte stravolgente di stelle. Voci lontane. L’oscurità in cui siamo immersi è come se tenesse il corpo a galla come l’acqua del mare.

Su questa cresta che cade a picco verso la nera faggeta sottostante è facile perdersi in se stessi. Non mi sento un corpo estraneo, anzi, in me qualcosa di ancestrale, atavico, mi spinge ad uscire fuori dall’uscio della mia anima, a spingermi oltre e darmi fiducia che dopo tutto, messi da parte i problemi quotidiani, so che in qualche piccola parte dell’universo c’è posto anche per la mia pace.

Mi emoziono a pensare ai miei figli ed allo sguardo di mia moglie, come vorrei che fossero qui a vivere di questo spettacolo unico ed immenso, di queste sensazioni difficili da spiegare perché circoscritte dalla limitatezza delle parole. Difficile descrivere tutto questo anche attraverso l’immagine ferma di una foto, nonostante l’eccellente bravura di Domenico.
E’ uno stordimento, un accordo, uno smarrimento questo contatto muto fatto di echi nel silenzio. Parliamo dei nostri sogni, delle nostre speranze, delle nostre vite. Poi penso anche a mia madre e mio padre, a questo dono immenso della Vita e mi commuovo.
E’ tardi quando decidiamo di andare a riposare. Lasciamo che il cielo si inabissi nell’eternità e ci abbandoniamo al sonno cullati dal suono dei campanacci e non prima che i pensieri ruotino a cose che qui non ci sono.
La sveglia suona alle cinque, proprio mentre assaporavo il sonno migliore. Guardo fuori dalla tenda, il cielo è ancora stellato ed il termometro segna cinque gradi. C’è ne stiamo un’altra ora a crogiolarci nel tepore dei sacchi a pelo, poi sbuchiamo fuori quando è già aurora. La notte ha ceduto il passo alle prime luci sfumate e sottili, poi diventano sempre più forti e decise prima di un rosa caldo, poi tenue e poi di un giallo vivo. Io e Domenico stiamo ognuno per proprio conto, in una “parziale” solitudine, come ad affinare i sensi e l’anima e lasciare che tanti bisbigli, come sottili raggi di sole, entrino nei nostri cuori.
L’alba è un nuovo giorno che nasce nel profumo della resina dei pini, il sole pare una goccia d’ambra che viene spaccata dalla lama tagliente dell’orizzonte.
La luce, piano, scopre di nuovo il mondo, è come se stessi nascendo in un silenzio vuoto, questo tornare a galla dopo l’apnea notturna del sonno. E’ come sentirmi solo al mondo e stare bene in questa eternità che diventa respiro e taglia di netto le cose in un susseguirsi di ombre che inseguono la luce.
Lasciatevi portare dalle montagne del Pollino che paiono quasi voler scontare la colpa della loro bellezza e mettere a dura prova lo stato d’animo di chi non è abituato alla solitudine ed al silenzio. Tra questi monti esistono luoghi che non hanno confini dove ognuno può vedere le proprie radici e trovare la propria salvezza.
Il mio compagno torna carico di buoni propositi, sicurezze, sogni e speranze. Questa esperienza ci ha fatto scoprire il senso profondo delle cose. Quando fuori è buio spetta a noi cercare la luce. Anche se tu non hai piedi, scegli di viaggiare in te stesso.
Toccando la maniglia dell’auto il nostro trekking si conclude lasciandoci colmi di impressioni vive e contrastanti che riemergono a ritmo continuo nel via vai dei tronchi dei faggi fuori dal finestrino.
Crollo sul sedile, io ringiovanito di molti anni, Domenico contento di sedersi su qualcosa di morbido e vellutato!

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie per aver pubblicato sul tuo blog la "nostra" escursione. Leggendo e guardando le foto ho rivissuto quei momenti trascorsi sotto il bellissimo cielo stellato attendendo che la macchina fotografica immortalava gli attimi per renderli eterni.

Grazie ancora per le emozioni che mi hai fatto provare.

A presto!

Domenico Pugliese

Nuwanda ha detto...

Sono molto contento che per te sia stata una bella esperienza. Prova ne è che le tue meravigliose foto parlano da sole. A presto!

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