24 maggio 2016

Come filo di seta


Sul Piano di Novacco mi cantano nell’anima milioni di grilli, in questi luoghi la vita acquista un altro sapore.
Non mi è difficile trovare silenzio in mezzo alla Natura. Anche quando Lei canta, sa farti ascoltare il silenzio, venirti incontro come un soccorso, a lenirti, ad accarezzarti, perché Lei nulla vuole in cambio. 
Dopo il pianoro entro nel bosco, pensieri si aggrumano come fronde altissime verso il cielo. Con calma il silenzio mi cammina accanto, percepisco la sua presenza, come un sogno nel cuore che mi aiuta a confidare nel mio cielo fatto di albe, tramonti e riverberi di stelle.
Questo vallone pare mi aspettasse, dapprima si allarga poi si restringe, un intreccio di rami come braccia amiche mi sorreggono ed aiutano nella mia, a tratti, indecisa camminata, col fiato sospeso e con gli occhi al sentiero giusto per non perdere quota. 
Sono colmo di incantata libertà, emozionato di questo Amore che mi fa capire che in mezzo anche a mille mondi non sono solo. Immagini ed emozioni credute perse per sempre riaffiorano con prepotenza e l’anima torna bambina.
Un filo di seta lega la mia vita agli altri, alla condivisione di questi momenti, a tutte le persone che fanno parte del mio mondo. Fili sottilissimi e resistenti, ma allo stesso tempo delicati e a reciderli ci si impiega un attimo.
Come un filo di seta vivo la mia Vita, mi tendo verso l’alto, senza paura di spezzarmi, in una costellazione di percorsi condivisi ma anche nel ritiro verso cime solitarie e distaccate, quasi a cercare un piccolo spazio sospeso dove far cullare il mio piccolo filo di seta.
Un filo di seta è questo tempo che passa, lungo, corto, logorato, “sospeso in un gioco di rasoi”.
Come un filo di seta vivo la mia Vita, anche nello sconforto, nella paura e nella delusione continuo ad esistere e lottare per quello che ritengo più giusto e non più conveniente. Come un unico gomitolo cerco di annodare i fili sparsi della mia esistenza, forse per questo mi sono perso, ma so con certezza che un giorno un filo di seta mi riporterà di nuovo a casa.


8 maggio 2016

Freddo anomalo sulle faggete del Pollino



Sul Pollino, dopo la neve, persiste il freddo “fuori stagione” alle quote più alte.
Questa situazione sta provocando serie conseguenze sulla natura, in particolare sulle foreste maestose di faggi.
Guardando la catena del Massiccio del Pollino, si nota, con chiarezza, una fascia marrone scuro come se gli alberi fossero vestiti con i colori dell’autunno. Sono le foglie che il freddo ha “bruciato”. Dopo l’intenso caldo dell’ultima decade di aprile le foglie nate rapidamente stavano colorando di verde i boschi. La fascia interessata da questo colpo di coda invernale è quella della faggeta altomontana “fredda” o faggeta a campanula che vegeta al di sopra dei 1400-1500 m.s.l.m. .
Sicuramente la natura saprà recuperare i suoi stessi “sbalzi d’umore”, anche se credo che i faggi porteranno le loro cicatrici per tutta l’estate in quando le foglie seccate non potranno più rinascere. Per i faggi nessun problema per le foglie purtroppo si, vorrà dire che avremo un po’ meno ombra rispetto alla scorsa estate, visto che quella che sta per arrivare si preannuncia caldissima. Le faggete del Pollino sapranno comunque dare tanta frescura a chi vorrà sottrarsi dalla calura estiva delle città.
Il faggio, sicuramente l’albero simbolo della natura appenninica, è stato studiato da scienziati dendrologi (dendron è il nome greco antico di pianta) convalidando che possono arrivare fino a 400-500 anni di vita e che tra le novità è stato scoperto che il caldo ne abbrevia la vita, mentre il freddo l’allunga. Insomma, che gli alberi più grandi non fossero anche i più vecchi era noto già da tempo agli studiosi, ma che il freddo facesse bene agli alberi, tanto da aiutarli ad essere più longevi, non era noto, o almeno non era stato ancora provato. Infatti se fa più caldo la longevità diminuisce di 23 anni ogni grado in più e che gli alberi più vecchi sono quelli che vivono in condizioni più dure. 
I bizzarri cambiamenti climatici degli ultimi anni stanno provocando impatti ambientali con sfaccettature diverse, infatti mentre sulle Alpi il riscaldamento produce un’accelerazione della crescita con una minore longevità della pianta, sugli Appennini, invece, gli stress idrici potrebbero portare a una morte precoce degli alberi vetusti.

5 maggio 2016

La Grotta e il Riparo del Romito



La Grotta e il Riparo del Romito costituiscono uno dei più importanti siti paleolitici dell’Europa.
La loro rilevanza, nell’ambito delle documentazioni preistoriche, è legata all’imponenza della stratigrafia, messa in luce in questi anni, alla ricchezza delle evidenze archeologiche che sia la Grotta sia il Riapro restituiscono ed alle forti potenzialità di informazioni per la ricostruzione dell’ambiente e delle attività delle comunità che abitarono il sito alla fine del paleolitico e nel neolitico.
La Grotta e il Riparo appaiono oggi, come due ambienti quasi distinti: un accesso piuttosto angusto immette nell’oscuro spazio all’interno della grotta, impreziosito da stalattiti e stalagmiti.
Sia la Grotta che il Riparo sono state oggetto di sistematiche ricerche e scavi da parte dell’Università di Firenze fin dal 1961, anno in cui la Grotta venne scoperta.
La prima cosa che venne alla luce fu la splendida figura di bovide (Bos Primigenius), probabilmente un Uro oggi estinto, che si conserva nel Riparo, definita dal prof. Paolo Graziosi: “la più maestosa e felice espressione del verismo paleolitico mediterraneo”.
Tale ritrovamento ci fa capire che il suo esclusivo frequentatore è ormai l’uomo moderno, colui il quale è definitivamente andato al di là delle esigenze puramente materiali della vita e che ha attinto livelli superiori: nel pensiero, nel sentimento, nell’arte. La figura del bovide graffita sul masso posto all’ingresso della grotta può essere nata da esigenze legate alla caccia, ma in essa operano prepotentemente anche il sentimento religioso e l’empito dell’arte.
La fantasia corre al bue che domina il paesaggio e all’uomo che lo cattura, dopo averlo imprigionato nella roccia, imprigionandone lo spirito col simbolo e con la magia. Immaginiamo la sua carne, ridotta in porzioni, consumata non solo a scopo alimentare ma per assimilarne l’anima, la virtus. Il masso è luogo di culto, altare davanti al quale sostare o rivolgere lo sguardo per propiziare la buona riuscita delle fatiche venatorie. Il bue non è solo vittima o preda, ma diventa divinità che rende sacri i prati e i boschi dove vive, forse anche totem.
Vicino al graffito sono state rinvenute due coppie di scheletri ed altre sepolture singole sono state ritrovate all’interno. L’ultima è stata riportata alla luce nel 2010. Si tratta di un giovane cacciatore di circa 17.000 anni fa.  
Su alcuni scheletri sono stati rinvenuti frammenti di corno di bue ed i corpi erano circondati da una serie di manufatti di selce. Un altro scheletro è stato rinvenuto con una scheggia di selce appuntita nella mano e nella regione cardiaca.
I frammenti di corno di bue (il corno è simbolo di forza) sul corpo hanno lo scopo di assicurare forza nell’aldilà. I manufatti litici sparsi attorno al corpo possono avere avuto la funzione di proteggere l’anima del defunto e nello stesso tempo di impedirne il ritorno tra i vivi.
Dalle ultime campagne di scavi sono emersi nuovi dati che hanno permesso di acquisire inedite e importanti notizie su un periodo compreso tra 10.000-8.000 anni fa, ovvero la fase del Mesolitico.
La Grotta del Romito, oltre all’importante manifestazione artistica del Bos Primigenius è un valido giacimento preistorico di informazioni per la ricostruzione dei modi di vita delle comunità di cacciatori paleolitici che vivevano nell’area del Pollino, inoltre anche per la ricostruzione delle trasformazioni climatiche e ambientali della zona attraverso i millenni, da 23.000 a 6.000 anni fa.
Nei pressi della Grotta è ubicato un Antiquarium, nel quale sono ricostruite le varie fasi di scavo e dove è esposta anche una ricostruzione fisiognomica di un uomo paleolitico.   

28 aprile 2016

Sassòne dimenticato



Abbandonata misteriosamente nel XIII secolo, il sito archeologico di Sassone, nel comune di Morano Calabro,  è tornato nell’oblio dopo l’anno 2002, quando è stata realizzata l’ultima campagna di scavi dall’Università della Calabria diretta dal prof. Giuseppe Roma.
Altre indagini si erano svolte nel 1996 e nel 1999 sempre dirette dal prof. Roma, tali operazioni archeologiche hanno fornito nuovi dati alla storia dell'insediamento di Sassòne. 
Il sito era caratterizzato da una imponente fortificazione che cingeva tutta l’altura con un perimetro di 1500 metri, dotata di porte, alcune secondarie quasi del tutto scomparse ed una porta urbica principale ancora evidente a nord della fortificazione. Lo spessore della muratura è di 0,80 metri per avvicinarsi ai 2 metri nei punti di accesso.  
Durante le indagini archeologiche sono venuti alla luce:

  • un edificio di culto databile al X-XI secolo, sovrapposto ad una precedente area funeraria come mostra il gruppo di tombe riportato alla luce al suo interno e che sicuramente fa parte di un cimitero probabilmente più esteso;
  • un secondo edificio di culto anch’esso datato al X-XI secolo, ad aula unica con l’abside ancora evidente posto ad est e due ingressi localizzati, il primo decentrato sul lato lungo a meridione e l’altro sul lato ad occidente in posizione perfettamente centrale;
  • una torre di guardia, a pianta quadrata, ammorsata al muro di cinta a monte dell’ingresso principale ed aggettante sul versante occidentale ma in posizione sia da vedere il borgo di Morano Calabro che la Piana di Sibari.

Le indagini, nel sito di Sassone, hanno permesso il recupero di un totale di 1262 frammenti cronologicamente compresi fra il VII e il IX secolo, a testimonianza della frequentazione del sito in età longobarda.
In questo ambito risulta molto interessante la Grotta di Donna Marsiglia, una caverna preistorica adibita a sepolcreto nel periodo Neolitico e nella prima Età dei Metalli dove sono state rinvenute asce rituali di selce nera, frammenti di ceramica ed un cranio slegato dal resto dello scheletro. La grotta fu scoperta nel 1960 da Agostino Miglio da Castrovillari e poi esplorata da Santo Tinè.
Nonostante le indagini, ahimè troppo presto sospese e le fonti scritte troppe scarse e lacunose, su Sassòne rimane un alone di mistero che suscita ancora oggi negli appassionati della storia locale e prima ancora nei numerosi studiosi del passato ipotesi suggestive sulla sua origine. C’è chi la vuole individuare nella Syphaeum (in realtà Lymphaeum) menzionata da Tito Livio in un passo delle sue Storie all’epoca degli Ottoni in Calabria (X sec. d.C.), il Barrio addirittura fa risalire le origini di Morano alle rovine di Sassòne. Il Tufarello sostiene che dopo la distruzione di Sibari ad opera dei Crotoniati nel 510 a.C. alcuni abitanti in fuga da Sibari distrutta andarono ad abitare al “Monte Sassòne”, il Severini al contrario nega l’esistenza storica di Sassòne  mai documentata. Biagio Cappelli pensa che Sassòne fosse una città fortificata che accoglieva i profughi durante le incursioni degli Ottoni in Calabria, il Campolongo sostiene che vi sorgeva l’ospedale dei Sassòni, mentre altri sostengono che Sassòne fosse un’istituzione dei Sassòni sulla via dei pellegrini in Terra Santa.    
Agostino Miglio, in una minuziosa analisi, corredata anche di cartina topografica con una pianta approssimativa dei resti della cinta muraria, giudicò Sassòne un avamposto fortificato degli Ottoni e la ritenne, per struttura e situazione topografica un “castrum sassone”.
Secondo il prof. Roma si tratta di un insediamento altomedievale, le mura di cinta, datate intorno alla metà del VII secolo, non presentano materiali di reimpiego che possano dare delle indicazioni su precedenti frequentazioni del sito, l’edificio potrebbe essere forse una rocca.
A complicare le cose ci pensa una Croce processionale d’argento oggi custodita nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Morano. Su di essa è incisa a cesello con data e iscrizione: “Huius operis fuit donator o fecit donum Antonellus de Saxoni Almae Domini Sancti Petri” (il donatore di questa opera fu Antonello di Sassone dell’alma chiesa del Signore di San Pietro), la data incisa con numeri romani riporta il 1445!
Senza dubbio possiamo affermare che l’insediamento fortificato occupava una posizione strategica di controllo dell’asse viario che dal valico di Campotenese, attraverso la Valle dell’Ospedaletto, giungeva a Morano per poi proseguire verso Cammarata, non dimentichiamoci che quest’area era interessata dal passaggio della via romana Annia-Popilia che collegava Capua a Reggio. 
A rendere ancora più interessante il luogo è la presenza, all’interno della cinta muraria, di una piccola chiesa con affresco datato al XV secolo che raffigura Gesù Bambino preso per mano dalla Vergine e da San Giuseppe, ai lati a sinistra San Domenico con giglio e a destra San Leonardo.
Sassòne potrebbe essere una delle perle di quella collana di bellezza e potenzialità che Morano non riesce ad esprimere. Anzi, oggi Sassòne rappresenta, insieme ad altri siti moranesi, un mucchio di specchi rotti, la testimonianza di quella perdita di rapporto con i luoghi che li ha resi una discarica dell’oblio, tanto da farceli sentire estranei anche a noi stessi che da questo territorio siamo venuti alla luce e ne abbiamo respirato la prima aria.